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La ragazza nella nebbia, il giallo riuscito a metà

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Notti e nebbie del Tirolo. E sparizioni letterarie a vista di paesello, come ci insegnano le cronache vere che nutrono i pomeriggi in diretta televisivi. Siamo tra le pagine ormai filmate del giallo di Carrisi “La ragazza nella nebbia” (in programma all’Orfeo, Taranto) e la sedicenne Anna Lou, scomparsa di casa nell’arco dei 300 metri che separano la sua abitazione dalla comunità religiosa di cui fa parte, è la vittima perfetta: lunghi capelli rossi, lentiggini, vita semplice nel semplice (e immaginario) paesello pedemontano chiamato Avechot, un cul de sac ai piedi delle Alpi dove tutti si conoscono e il segnale televisivo arriva a malapena.

A portare la tv, intesa come baraccone mediatico, ci pensa però l’ambiguo ispettore Voghel, ovvero Toni Servillo: capelli brizzolati, andatura di supponente indifferenza tipica delle menti superiori, o solo dei cinici che tengono al guinzaglio la vita, il detective ha fiutato il caso da sbattere in tv e attiva le indagini all’americana. Più che ritrovare la ragazza, gli preme individuare un mostro da dare in pasto alla tv per risollevare le sue sorti, incrinate da un precedente caso in cui è finito in scacco. Allo scopo serve il locale professore di letteratura, ovvero un Alessio Boni con barbone e capelloni montanari, che alcuni video sembrano indicare come uno stalker della ragazzina e che la telegiornalista d’assalto di turno, imbeccata da Voghel, sbatte sulla gogna mediatica…

L’apparato della detection innescato da Donato Carrisi nel suo romanzo omonimo corre sul filo del giallo più classico, lavorando alle costole l’acume del “whodunit” a colpi di sospetti stratificati e successive rivelazioni. Come nel romanzo, anche nel film l’avvio trova l’indagatore indagato, ponendo Voghel Servillo con gli abiti macchiati di sangue, dinnanzi allo psichiatra Flores interpretato da Jean Reno. Lo schema a flashback serve a sovrapporre i livelli della rivelazione, ma quello su cui lavora meglio il Carrisi regista è la definizione di uno scenario miniaturizzato, degno dell’ormai famigerato plastico da studio televisivo, a rimarcare il tema centrale del suo giallo: il rapporto tra verità e menzogna in un mondo che ha imparato a gestire la realtà unicamente con gli strumenti dell’apparire, della madre di tutte le menzogne, ovvero la televisione. Ecco dunque che Avechot diventa un angolo alpino rappresentato come uno scenario plastificato, in cui le figure si muovono miniaturizzando la realtà. Peccato che poi, a questa intuizione di messa in scena, Carrisi non faccia seguire una articolazione profonda del rapporto tra verità e finzione nella vicenda che racconta, lasciando che la meccanica della detection prevalga sulla struttura drammatica dei personaggi. La ragazza nella nebbia è carente proprio nella dimensione della profondità, nella articolazione di un rapporto autentico tra le figure in atto e, di conseguenza, tra le figure e la scena. La dimensione plastica e divistica del cast, del resto, non aiuta a rendere persone questi personaggi che gongolano nel loro status drammatico. E, tra colpi di scena e rivelazioni, non mancano le incongruenze e le ingenuità che nemmeno il patto di sospensione dell’incredulità richiesto allo spettatore riesce a far passare per buone.