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Il futuro dell’Ilva? Forni elettrici, preridotto e 2500 licenziamenti

Pubblicato | da Michele Tursi

L’incertezza sul futuro dell’Ilva non riguarda solo la composizione societaria del Gruppo ma anche i suoi assetti produttivi ed occupazionali. Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha lanciato la proposta di decarbonizzare gli impianti di Taranto utilizzando il gas del Tap. Al di là delle suggestioni del governatore pugliese, l’ipotesi di uno stabilimento carbon free non è nuova ed è stata presa in esame anche dal commissario Piero Gnudi. Secondo quanto scrive oggi il Corriere del Mezzogiorno, una proposta in tal senso è stata formulata dalla Boston Consulting Group ed inserita a novembre del 2015 come integrazione al piano industriale presentato un anno fa dai commissari al ministero dello Sviluppo Economico.

Viene ipotizzata la sostituzione dell’Altoforno 5, il più grande dello stabilimento che da solo assicura circa il 45% della produzione, con due forni elettrici e l’utilizzo del preridotto. In questo modo il piano prevede di produrre fino al 40% della capacità complessiva che, secondo le stime, dovrebbe attestarsi intorno a 9 milioni di tonnellate. Una soluzione del genere porterebbe circa 2500 esuberi tra il personale. Con uno scenario di questo tipo potrebbero tornare utili partnership con Enel e Eni, attualmente considerate ai margini di eventuali cordate salva-Ilva.

Giuseppe Massafra (Cgil)
Giuseppe Massafra (Cgil)

LA CGIL – Grande incertezza, dunque, e necessità di aprire subito il confronto. E’ quanto chiede il segretario generale della Cgil di Taranto, Giuseppe Massafra. “Il Governo ci metta nella condizione di capire! Apra il confronto con i rappresentanti dei lavoratori e spieghi chiaramente se esiste una strategia capace di disegnare un futuro sulla vicenda ILVA o se tutto sarà lasciato al caso, peggio ancora al mercato. Non si tratta di una posizione aprioristica contraria ad interventi da parte di privati, si tratta solo di buon senso e di maturata esperienza pagata proprio sulla pelle di quei lavoratori e di questa comunità perché il bando di evidenza pubblica rischia di riconsegnare alle logiche del mero profitto, quelle che hanno già prodotto, nei decenni scorsi, inquinamento, morte e difficili condizioni di lavoro, la sorte di 15mila famiglie e di un intero territorio che ora torna ad essere solo, esposto e lasciato al suo destino. Oggi, anche a causa delle procedure d’infrazione messe in cantiere dalla UE, (che continuiamo a non comprendere, perché hanno il sapore di un accanimento nei confronti della struttura economica del nostro Paese), si accelera verso una vendita dello stabilimento che  appare fatta al buio. Sarà una cordata italiana, come qualcuno ha ipotizzato? E allora la domanda che sorge spontanea è: chi avrà le risorse necessarie per completare il piano di risanamento ambientale e intervenire con le necessarie innovazioni per riportare adeguati livelli di produttività, salvaguardando i livelli occupazionali? Sarà una cordata straniera? Siamo davvero convinti che le multinazionali estere siano interessati allo stabilimento e al suo rilancio, o piuttosto a liberare il mercato da un possibile concorrente?”

MORGANTE – Secondo il consigliere regionale del Movimento Schittulli-Area Popolare, Luigi Morgante, la vicenda Ilva è giunta ad “un passaggio delicatissimo che deve comportare un’attenzione ancora maggiore per il presente e il futuro dello stabilimento, del comparto e del territorio. Perché vanno valutati e verificati non solo la solidità e il reale interesse degli acquirenti interessati, ma il piano industriale che si intende mettere in atto, la volontà e la necessità non più rinviabile di procedere con le bonifiche ambientali, la garanzia del mantenimento dei livelli occupazionali e la considerazione per l’indotto, altrettanto importante. Un impegno quindi ancor più marcato e puntuale sia da parte del Governo nazionale che regionale, non un disimpegno. Una vendita, non una svendita. Perché al destino dell’Ilva, nel bene e nel male, è legato quello di Taranto”.