Il bene mio, incontro e proiezione al Bellarmino

La terra trema, anzi ha tremato a Provvidenza, e il paesello che fa da immaginaria location di ‘Il bene mio’ è rimasto spopolato, ricco solo delle macerie e delle case diroccate.


Un paese morto, tenuto tenacemente in vita solo da Elia, che non intende abbandonare quel posto dove è stato felice assieme alla sua amatissima moglie, maestrina del paese, morta sotto le macerie del sisma. Ecco, il nuovo film di Pippo Mezzapesa, presentato alle Giornate degli Autori dell’ultima Mostra di Venezia, è la narrazione di una resistenza che riconosce nei vissuti dei luoghi l’identità delle persone, discorso da sempre centrale nel cinema del regista bitontino. Pippo Mezzapesa, la sua sceneggiatrice Antonella Gaeta e parte del cast saranno oggi ospiti del Cinema Bellarmino, che lo programma a Taranto, alla proiezione delle 17.00, tappa del tour promozionale che lo porta in una città alla quale il regista bitontino è da sempre molto legato, in ragione della sua ben nota sensibilità sociale, della sua attenzione per le problematiche che legano i luoghi all’umanità che li popola e li rende vivi, veri, coerenti con la loro storia e il loro destino reciproco.



Ed è proprio di questo che parla Il bene mio, dello scambio di energia che tiene insieme le persone e il posto in cui vivono, del superamento del disperato concetto verghiano di “roba” in quel principio di valore affettivo che riecheggia nel bel titolo scelto per il film dal regista: come a dire che il valore del bene immobile, diroccato o meno che sia, si confonde facilmente con il valore appartenuto alla vita che in esso è (stata) vissuta… Il protagonista del film, Elia, interpretato da Sergio Rubini, di tutto questo è ben consapevole: tenuto più come un matto testardo che come un profeta degno del suo nome, l’uomo non intende seguire l’ordinanza di sgombero emessa dal sindaco, che è pure suo cognato: Nuova Provvidenza, la rilucente new town postsismica ricostruita a valle, per Elia non è un luogo, non risuona di vita vissuta. Meglio arroccarsi nella casa in cui è stato felice con la sua donna, raccogliendo oggetti appartenuti agli abitanti, scacciando i giovani che fanno scorribande notturne, accogliendo solo il fedele amico Gesualdo (Dino Abbrescia) e le visite della sorella Rita (la sempre vitale Teresa Saponangelo).

Pippo Mezzapesa costruisce insomma un setting che si scompone tra la dimensione presente e quella passata, smaterializzando la memoria nel suo doppio registro: quello della resistenza che si impone al presente e quello della malinconia che vira e obnubila il senso della realtà. Elia incarna entrambe queste due anime del valore della memoria e le proietta sul dramma reale in cui, per ragioni socioeconomiche o per più drammatici motivi, tante comunità si ritrovano: spopolamento, invecchiamento, gentrificazioni forzate, deportazioni in nuove città… Il dramma è reale, la sofferenza umana pure e Mezzapesa trova in Elia il filtro per incarnare la testardaggine dei tanti suoi eroi (da Pinuccio Lovero in poi) resistenti alle avversità della loro vita. Sicché in quel paese fantasma sospeso sul passato e abitato da quel decadente antieroe un po’ pirandelliano e un po’ verghiano che è Elia, Mezzapesa evoca con bella intuizione lo spettro del nostro presente più drammatico: un fantasma in carne e ossa che si aggira nottetempo tra le macerie, facendo credere a Elia che lo spirito della sua amata compagna sia ancora lì, ma rivelando ben presto a lui e a tutti noi che oggi, nel nostro tempo, la condizione di profughi è cosa che accomuna gli abitanti di Provvidenza alla tanta umanità che si spinge sulle nostre coste e si irradia nel nostro paese, nel nostro continente. E allora vedi Il bene mio – che è una commedia molto concreta, di sostanza, fatta di sentimenti veri e di caratteri forti, determinati, drammatici – e ti accorgi che infondo Riace e il suo sindaco Domenico Lucano sono dietro l’angolo di un mondo che deve imparare a cambiare perché tutto resti come prima…

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