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I Giochi 2025 e l’Università, così Taranto può vincere la sua scommessa: trattenere i talenti

Pubblicato | da Angelo Di Leo

La possibilità di formarsi a casa. E di restarvi, preparati, per produrre crescita e benessere. Sport e libri sono strumenti necessari. Impianti e organizzazione, dunque. Il consolidamento del polo universitario, per prima cosa:  l’articolazione della sua offerta, la capacità di attrarre maggiormente i diplomati che per indole anagrafica, condita da una predisposizione tutta meridionale a volersi allontanare quanto più possibile dalle proprie sponde (salvo poi immalinconirsi al primo casello..) è la prima chiave di volta.

La seconda è il potenziamento delle strutture sportive dell’intero arco ionico: 600mila abitanti che spesso fanno i salti mortali per fare sport, disciplina che se fosse olimpica.. da queste parti avrebbe già collezionato allori su allori. E qui la prospettiva dei Giochi 2025 emerge con tutto il suo carico socio-economico.

Non è un caso che negli sport di squadra non si decolli mai, tranne rarissimi, costosi casi a tempo determinato (prendete il volley e il basket degli ultimi 20 anni). E non è un caso, poi, che i successi internazionali negli sport singoli giungano da atleti ancora in età adolescenziale o che abbiano deciso di frequentare addirittura il liceo lontano da casa. E’ il caso di Roberta Vinci, star del tennis: a 14 anni si gioca la finale dell’Orange Ball in California. Panatta chiama lei e la coetanea di Brindisi, una certa Flavia Pennetta (!!!). Se le porta tennisticamente ancora in fasce a Roma, al Foro Italico. Là studieranno sui libri e sulla terra battuta.  Benedetta Pilato oggi ha gli anni di Roberta… quando Roberta fece i bagagli. Si allena a Pulsano e sogna da sempre una piscina olimpionica a Taranto. E con lei la sognano tutti gli appassionati, non ultimo suo zio che ieri sui social ha esultato e si è sfogato contro la politica decennale lenta e improduttiva. E Francesca Semeraro? Ieri a Bressanone ha gareggiato nella finale tricolore del salto in alto. Con papà Pierpaolo e il fratello luca ha lottato e lotta ancora perché Taranto abbia un Camposcuola all’altezza delle aspettative agonistiche. Una volta l’Amico Taranto, e non solo,  era una realtà dell’atletica nazionale. Un nome per tutti, Rosa Bandini: salto in alto. Una vera promessa dell’atletica, ai tempi della Bevilacqua che con Taranto fu anche tesserata per un certo periodo.

Le strutture servono. I Giochi del Mediterraneo del 2025 rappresentano la grande occasione da non perdere. Taranto però ha il dovere intellettuale e politico di spingere anche sul consolidamento dell’offerta universitaria. Dal Dopoguerra in poi la triste storia degli arrivederci (spesso degli addii) si è ripetuta puntualmente ogni anno: buoni vivai, ottimi risultati, addirittura finali scudetto e convocazioni in nazionali giovanili (vale per tanti sport ma basterebbero calcio e basket per rendere nomi e cognomi per tute le generazioni..) poi il diploma, la scelta e la necessità di studiare altrove. E tanti saluti ai maestri di vita, ai primi istruttori e ai parenti tutti..

Dagli Anni Cinquanta è quello che accade in qualsiasi disciplina sportiva, a Taranto e in provincia. E i corsi di laurea attualmente operativi, diversi e alcuni già molto qualificati, non sembrano ancora essere un argine solido a questa ciclica e impietosa voglia di migrare dei diciottenni (desiderio e istinto legittimi, sia chiaro).

 

L’occasione dei Giochi del Mediterraneo

Taranto è seriamente candidata ad ospitare i XX Giochi del Mediterraneo nel 2025: si deciderà tutto il prossimo 24 agosto a Patras­so. Delle ragioni di opportunità economica, sociale e sportiva si è già parlato tanto e tanto ancora si parlerà. La terra ionica potrebbe soltanto giovarne in termini di ricettività e di infrastrutturazione, risulta banale anche scriverlo. Non a caso, il gioiello della kermesse 2025 sarebbe lo Stadio del Nuoto. E oggi più che mai, viste le gioie di ieri, puntiamo i fari su questa possibilità, simbolo evidente della necessità generale di dotare  di strutture adeguate alle potenzialità della sua gente e al diritto dei ragazzi di decidere o meno di prepararsi, studiare e vivere dove sono nati. Decidere, scegliere liberamente senza sentirsi costretti a farlo dalle lacune croniche del territorio. E, perché no, togliendo gli alibi a chi non vede l’ora di andar via. Ma questo è un altro discorso. Forse. E sino a prova contraria, la mobilità resta un sacrosanto diritto. Nazionale… internazionale.