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Girati a Taranto, stasera il dramma ambientale in due pellicole

Pubblicato | da Redazione
Continua il viaggio cinematografico dedicato alla valorizzazione delle pellicole che hanno raccontato il  territorio ionico a partire dagli anni 40’ ad oggi.
Il tema della drammatica situazione ambientale della città e delle conseguenze dell’ arrivo della grande fabbrica viene affrontato con il cortometraggio “Polvere”(2008) di Danilo Caputo e con il docu-film “La zuppa del Demonio”(2014) di Davide Ferrario nel penultimo appuntamento di “Girati a Taranto”, la rassegna curata dall’Associazione Terra.
Stasera al Bellarmino (Taranto, corso Italia), la  proiezione avrà inizio 21.15, con biglietti acquistabili al botteghino al costo di 4 euro.

Infoline: 3932204680 – 3331232629
Email: info@associazioneterra.org

POLVERE
Il cortometraggio “Polvere”, una storia profondamente legata al malessere storico e sociale che caratterizza Taranto,è scritto e diretto da Danilo Caputo ed è prodotto dall’associazione culturale Taratata. Ventiquattro anni e una laurea in filosofia teoretica nel cassetto, Danilo ha passato gli ultimi anni tra San Francisco, Berlino e Napoli. “Polvere”, racconta l’autore, “è nato da una di quelle chiacchierate che si fanno tra amici. Un amico aveva voglia di fare qualcosa che parlasse del siderurgico, ma non volevamo fosse un documentario. Mi chiese se avevo voglia di scrivere qualcosa, e il risultato è Polvere”. Il film racconta la storia di Tonino, un uomo che decide di tornare alla masseria nella quale è cresciuto e che ha poi dovuto abbandonare quando è stata espropriata per lasciare spazio all’Ilva. “Tonino cerca un passato che non esiste più. Credo il senso sia che bisogna guardare avanti, oltre il siderurgico, e non indietro”. Il cortometraggio è stato realizzato grazie all’apporto professionale di forze locali e non. “La nostra era una troupe a tutti gli effetti. La cosa che più mi ha dato coraggio era vedere come tutti dessero il massimo solo perché sentivano che la storia in qualche modo parlava anche di loro” racconta Danilo. Intensità che si è trasmessa nelle immagini cariche di una spiritualità che sembra trasfigurare i luoghi, come hanno osservato nei loro interventi Massimo Causo, Davide Di Giorgio e Alfredo Traversa. E sono stati in molti ad apprezzare il film, che oltre ad essere stato inserito nella selezione ufficiale del Festival del Cinema Europeo di Lecce e del festival Visioni Fuori Raccordo di Roma, ha vinto il premio Sezioni Future al Taranto Film Festival e il primo premio Sezione Professionisti al Pollywood 2008, di San Benedetto sul Po (MN).

LA ZUPPA DEL DEMONIO
Lo sviluppo industriale e tecnologico ha accompagnato l’intero XX secolo come idea positiva. A lungo si è ritenuto che l’industrializzazione e il progresso avrebbero portato a un sostanziale e irreversibile mutamento della società. Utilizzando i materiali messi a disposizione dall’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa del Centro Sperimentale di Cinematografia d’Ivrea, il documentario mostra come questa idea si sia concretizzata attraverso i decenni.
Davide Ferrario non è solo un interessante regista di film di finzione ma anche un acuto documentarista capace di far ‘parlare’ immagini del passato decontestualizzandole ai fini di un proprio punto di vista senza però mai snaturarle. È quanto si impegna a fare anche in questa occasione, stimolato da quel coltissimo archivista e cinefilo che è Sergio Toffetti. I volti degli operai di un passato poi non troppo remoto testimoniano del bisogno di riscatto sociale ma anche di un senso di contributo alla crescita collettiva che oggi sembra essersi smarrito in monadi di solipsismo quando non in micro consorterie in lotta tra loro. Ferrario non prova nessuna nostalgia per quel passato. È ben consapevole che quell’utopia vede proprio in questi nostri tempi il suo misero e non indolore fallimento. Sa che lo spettatore odierno inorridisce quando vede abbattere uliveti per fare spazio a quell’ILVA che a Taranto ha portato lavoro ma anche morte. Ha però la convinzione che sia stato un periodo dotato di “una energia, talvolta irresponsabile ma meravigliosamente spericolata verso il futuro, che è proprio ciò di cui sentiamo la mancanza oggi.” Si fa accompagnare e ci fa affiancare nel percorso da citazioni di uomini di cultura che vanno da Marinetti a Gadda, da Primo Levi a Pasolini (lo stesso titolo è una citazione da un testo di Dino Buzzati riferentesi alle lavorazioni in un altoforno). Tra tutte ne va ricordata una che marca con dolente sensibilità il film. È di Pier Paolo Pasolini: “Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta”. Sono parole scritte nel 1975.