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Dolor y gloria secondo Pedro Almodovar

Pubblicato | da Redazione

C’è il cinema e la vita, che poi sono la stessa cosa per Almodovar al ritorno sul grande schermo con questo Dolor y gloria, a Taranto al Cinema Orfeo.

Se la gloria è quella degli applausi appassionati che hanno accolto la pellicola al festival di Cannes in questi stessi giorni, il dolore è tutto sullo schermo: è quello provato da Salvador, l’alter ego registico di Almodovar  – lo interpreta il sodale Antonio Banderas – depresso e ormai in crisi d’ispirazione. Fiaccato tanto nello spirito quanto nel corpo, Salvador è afflitto da vari malanni e costretto a vivere nel ricordo della gloria passata. Trova così il palliativo ai suoi mali nell’eroina e la cura per il suo malessere interiore nel rapporto rinnovato con Alberto, l’attore che non vedeva da decenni e che si innamora di un suo monologo, sepolto nei meandri del computer.

Come nel 1987 de La legge del desiderio e nel 2004 de La mala educacion, la scelta di un protagonista regista diventa il pretesto per una riflessione sul rapporto che l’autore spagnolo intrattiene con il grande schermo: un punto di arrivo delle esperienze di una vita, maturate viaggiando nel mondo, ma anche una dipendenza la cui assenza si fa sentire nel malessere fisico e nell’incapacità di assaporare l’amore, il cibo, e tutti quegli elementi che lo circondano nella sua casa-museo, reliquie di un passato lontano. Per questo il film vibra della forza dei flashback con il protagonista bambino, alle prese con una madre forte e non troppo a suo agio con il suo talento precoce – che ha il volto parimenti sodale di Penelope Cruz. Vive anche nel racconto dei primi desideri per il vicino di casa analfabeta ma virtuoso nel disegno, negli spezzoni di cinema classico che fanno capolino nel racconto e infine nel monologo nato come racconto e diventato infine spettacolo teatrale, che metterà in comunicazione passato e presente.

Un film di opposti, insomma, come quel cinema che rincorre la vita, si ispira a essa ma la reinventa allo stesso tempo: un lavoro “fisico” come ci viene detto, che necessità di una mente pronta, e pure una dipendenza che diventa terapia, ma senza cercare la lacrima facile, che per Salvador/Almodovar è l’effetto più scontato. Perciò Dolor y gloria ha la forza brillante dei colori esaltati dal direttore della fotografia José Luis Alcaine (altro nome che ritorna in filmografia) e la delicatezza di tocco anche quando raggiunge i picchi di maggiore intensità emotiva, evitando l’effetto troppo cerebrale da “film-sul-film”.

È al contrario un’opera che fa assaporare la fatica di una vita arrivata a un traguardo, ma anche l’entusiasmo degli inizi per un autore che evidentemente ama rimettersi in gioco. In questo modo è sia un film di esperienza, che poggia su una sicurezza nell’alternare i toni che è tipica dei grandi, sia un racconto sincero e sorprendente anche nei continui ritrovarsi e nella soluzione “teatrale”, che riecheggia piacevolmente il ricordo di Agrado in Tutto su mia madre, fra i momenti più memorabili della carriera di Almodovar (Davide Di Giorgio)