Salute
Diossina, paura tra i lavoratori Ilva. PeaceLink: stop alla produzione
La guerra dei dati tra Arpa e Ilva sui valori di diossina allarma cittadini di Taranto e lavoratori del centro siderurgico. Il prof. Giorgio Assennato ha indicato come possibile fonte della diossina rilevata al rione Tamburi a novembre del 2014, le polveri intrappolate da alcuni elettrofiltri dell’impianto di agglomerazione dell’Ilva. L’azienda smentisce ma, intanto, quel valore di 790 picogrammi terrorizza.
Le domande della Fiom – Dopo le affermazioni del direttore generale dell’Arpa i lavoratori ed il sindacato si pongono domande e chiedono che sia fatta chiarezza. “Quali sono le modalità di manipolazione, gestione e trasferimento delle polveri degli elettrofiltri derivanti dal processo di sinterizzazione?” A chiederlo sono la segreteria provinciale della Fiom Cgil di Taranto e le Rsu Ilva in una lettera inviata ai tre commissari Ilva, Gnudi, Laghi e Carruba, al direttore dello stabilimento di Taranto, al ministro dell’Ambiente, al presidente della Regione Puglia e al direttore dell’Arpa. La Fiom chiede di “ricevere informazioni sulle eventuali cause che hanno determinato i valori di diossine nei mesi di novembre 2014 e febbraio 2015 e di individuare possibili ripercussioni sulla esposizione al rischio dei lavoratori coinvolti”.
Peacelink, l’Ilva non può produrre – PeaceLink giunge a conclusioni più radicali e chiede che “venga revocata ad Ilva l’autorizzazione a produrre “in virtù del non rispetto della direttiva EU 75/2010, recepita nella normativa italiana. Essa prevede il ritiro dell’autorizzazione a produrre nel caso di un pericolo per la salute umana o per l’ambiente conseguente alla mancata attuazione dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale)”.
“Si è superato ogni limite – scrivono Antonia Battaglia, Fulvia Gravame, Alessandro Marescotti e Luciano Manna, e si è tradita ogni residua fiducia in questo esperimento di AIA mal gestito e mal controllato, anzi sfuggito al controllo. I cittadini di Taranto sono state vittime di un esperimento dal finale sciagurato. Adesso basta. E’ di inaudita gravità il fatto che da tempo PeaceLink chiedesse al Ministero dell’Ambiente di quei dati sulla diossina, senza ottenerli. Ne abbiamo le prove. Si ripete il copione del 2005 quando la popolazione venne informata da PeaceLink della presenza della diossina nell’ambiente tramite un comunicato stampa. Si si ripete il copione del 2008 quando la Procura venne informata da PeaceLink della presenza della diossina nel formaggio tramite un esposto. Oggi il ministro si attiva dopo che PeaceLink solleva pubblicamente il problema della diossina nei deposimetri investendo tutte le istituzioni competenti. Il copione del 2016, undici anni dopo, è tragicamente identico. E il copione non cambia con la gestione pubblica dell’Ilva. Taranto si conferma come la città dei silenzi. La città dove la popolazione non viene informata per timore che si allarmi. E’ la città dove a funzionare è la magistratura a fronte di una catena impressionante di mancanze che oggi emergono in modo inequivocabile e con evidenza assoluta”.