Cinema
Di diritto e di rovescio: Emma Stone tennista femminista in “La battaglia dei sessi”
”La battaglia dei sessi” di Jonathan Dayton e Valerie Faris
(al Cinema Lumière).
Dritto e rovescio… Il mantra della femminilità domestica di nonne e mamme, che sferruzzavano a maglia per occupare il tempo residuo, diventa altra cosa se ci si mette di mezzo una di quelle volée con le quali la campionessa di tennis americana Billie Jean King, il 20 settembre del 1973, batté in tre set (6-4, 6-3, 6-3) il campione della racchetta Bobby Riggs, chiamandolo e richiamandolo a rete per sfiancare la tenuta fisica di quel “porco maschilista” (come egli stesso si autodefiniva nelle sue sortite provocatorie…) che la aveva sfidata per dimostrare, nello sport come nella vita, l’inferiorità fisica e psicologica delle donne. Nell’Astrodrome di Houston, Texas, c’erano 30mila spettatori paganti e tantissimi di più furono quelli che, in tutto il mondo, seguirono quella debacle del maschilismo che è passata alla storia come “La battaglia dei sessi” (in programma al Lumière): un grande spettacolo mediatico voluto dal campione a ritiro Riggs un po’ per gusto della scommessa, un po’ per tenere in auge la sua immagine entrando nella disputa sociale e culturale sulla parità di diritti tra uomo e donna.
A ricostruire questa incredibile pagina di storia americana è ora la coppia Jonathan Dayton e Valerie Faris, autori di un film che ha le stimmate della commedia sociale intinta nel biopic. In sostanza un ritratto di quella meravigliosa figura di femminilità consapevole che fu Billie Jean King. 29enne californiana, tennista di successo che si contendeva il primato americano con la morigerata Margaret Court (la cui precedente sconfitta da parte di Riggs riscattò con la sua vittoria), sposa felice di un uomo che la sosteneva nella sua carriera, Billie Jean combatté per un titolo che avrebbe condiviso con tutte le donne d’America, ma anche per il diritto ad essere se stessa sino in fondo, seguendo l’orientamento che le aveva fatto scoprire l’amore per una giovane parrucchiera lesbica. Dayton e Faris percorrono la parabola di questa donna con leggerezza, senza dare un’impostazione statuaria e iconica, ma lavorando sulle ombre della sua personalità e degli eventi di cui fu protagonista, senza mai eccedere in tonalità altisonanti. Del resto il contrappunto caratteriale è parte integrante della carriera di questi due registi, come dimostrano sia il ritratto di famiglia in astrazione con cui hanno esordito, “Little Miss Sunshine”, sia la surreale love story letteraria “Ruby Sparks”. Così come è nota la loro capacità di elaborare figure fortemente mediatiche in narrazioni trasversali e armoniche, sviluppata in una carriera di autori di videoclip per star come i R.E.M., i Red Hot Chili Pepper, gli Oasis.
“La battaglia dei sessi” costruisce una narrazione che elabora lo sfondo sociale dell’America anni ’70 con garbo non comune: evita sapientemente di eccedere in cristallizzazioni epocali in odor di estetica vintage così come lavora sul personaggio della King alternando il dritto, in cui mette a segno la sua figura atletica, col rovescio, in cui gioca d’effetto sulla non facile partita della sua identità sessuale, alla quale dedicherà la seconda parte della sua vita. Dayton & Faris insistono su una spazialità complessa, piena di riflessi e riquadri che scompongono le inquadrature, quasi a contraddire la schematicità del palleggio tennistico cui la semplice rievocazione dell’evento agonistico potrebbe rimandare. Emma Stone disperde con intelligenza la grazia danzatrice di “La La Land” nella femminilità decisa ma non muscolare della King, trovando una spalla sfacciata in Steve Carell, che fa da contrappunto col suo realisticamente grottesco Bobby Riggs. Entrambi molto vicini ai veri protagonisti di questa storia tutta americana.