Sul Pezzo
Dalla cella di Totò Riina i segreti di un traffico di droga tra Taranto e Varese
A settembre era riuscito a sfuggire alla cattura dileguandosi tra le campagne intorno alla propria abitazione a Villa Castelli (Brindisi). Aveva poi lasciato l’Italia rifugiandosi in Romania. Da qui, grazie all’appoggio di alcuni complici, era rimpatriato utilizzando documenti falsi, travestimenti e parrucche. Infine aveva trovato rifugio a Erchie, ospite di Emanuele Valentino Fazzi, 34 anni, personaggio noto alle forze dell’ordine. Ma il ritorno in Italia è costato caro a Giancarlo Matichecchia, 48 anni, nato a Cosenza, ma residente in provincia di Taranto.
I due sono stati bloccati ad Erchie a bordo di una Fiat Punto in uso a Fazzi. Matichecchia si preparava a lasciare nuovamente il territorio nazionale per raggiungere la Germania. Nell’auto i carabinieri del Ros (reparto operativo speciale) hanno rinvenuto apparati telefonici dedicati, documenti falsi, uno scanner e denaro in contanti. Per entrambi sono scattate le manette. Fazzi dovrà rispondere di favoreggiamento personale, Matichecchia di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e detenzione illegale di armi da fuoco. Nei suoi confronti pendeva, infatti, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Lecce, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Entrambi sono rinchiusi nella casa circondariale di Brindisi.
A settembre, quando Matichecchia scappò, erano stati arrestati Pierluigi Cafforio, 38 anni, di Grottaglie (Taranto) e Salvatore Margherita, 49 anni di Taranto. L’operazione fu eseguita dai carabinieri del ROS coadiuvati dai comandi provinciali di Taranto e Varese ed era scaturita da un’indagine condotta nei confronti di alcuni esponenti del clan Lorusso, operante nel comprensorio di Grottaglie, ritenuti responsabili di traffico di sostanze stupefacenti. L’inchiesta è partita da un’attività delegata al Ros dalla Procura di Caltanissetta a seguito del coinvolgimento di Alberto Lorusso, esponente di rilievo dell’omonimo sodalizio, nelle minacce rivolte dai vertici di cosa nostra ai magistrati della Procura di Palermo Antonino Di Matteo e Francesco Del Bene.
Nel 2013 la Procura nissena aveva delegato il Ros allo svolgimento di indagini su Lorusso che in quel periodo era detenuto insieme a Totò Riina nel carcere di Milano-Opera. L’attenzione degli investigatori era concentrata sull’effettiva disponibilità di un “arsenale militare” di cui avevano parlato Lorusso e il boss mafioso. Lorusso, infatti, in più occasioni aveva ricevuto le confidenze di Riina inerenti i propositi di vendetta nutriti da quest’ultimo nei confronti dei responsabili dei disagi connessi al regime del carcere duro cui era sottoposto. Lorusso avrebbe ascoltato anche le considerazioni riguardanti gli auspicati attentati al pm Di Matteo a seguito delle iniziative giudiziarie che avevano fatto scaturire il processo ai soggetti coinvolti nella “trattativa”.
Le attività investigative avevano preso il via con il monitoraggio del nucleo familiare e dei soggetti vicini a Lorusso, tra i quali Matichecchia e Margherita, quest’ultimo residente in provincia di Varese, sul conto dei quali aveva già riferito, alla fine degli anni ’90, il collaboratore di giustizia Ciro Carriere. Gli sviluppi dell’indagine hanno permesso di accertare il coinvolgimento degli indagati nel traffico di sostanze stupefacenti gestito da Matichecchia che vantava un consolidato rapporto con esponenti della ‘ndrangheta di Rosarno (Reggio Calabria). In particolare, venivano documentati diversi incontri, a Grottaglie, con esponenti criminali reggini per pianificare l’importazione di sostanze stupefacenti da commercializzare nelle provincie di Taranto e Varese. Le indagini hanno permesso di individuare nelle rapine ai portavalori ad agli istituti di credito, un’altra delle fonti illecite di guadagno degli indagati.