Skip to main content

Corte europea, gli ambientalisti di Taranto: ora cancelliamo l’immunità penale

Pubblicato | da Redazione

Il variegato mondo ambientalista tarantino si ricompatta ed esulta per la sentenza pronunciata oggi dalla Corte dei Diritti dell’Uomo (Cedu) in relazione al ricorso sottoscritto da numerosi cittadini contro lo Stato italiano per denunciare la violazione degli obblighi di protezione della vita e della salute.

Lina Ambrogi Melle (già consigliere comunale ecologista) – “La Corte dei Diritti dell’Uomo ha accertato le violazioni contestate ed ha sentenziato che lo Stato italiano vi ponga fine nel più breve tempo possibile. A tal fine ha demandato al Comitato dei Ministri europei il compito di vigilare perchè tale sentenza venga rispettata. La sentenza positiva ottenuta è il massimo che la Cedu potesse esprimere nelle sue peculiarità , essendo un Organo internazionale ed è anche la più importante in quanto è una sentenza sovranazionale cui l’Italia dovrà necessariamente attenersi in base all’art. 117 della Convenzione.

Noi ricorrenti, abbiamo già presentato con lo Studio Saccucci di Roma che ci ha rappresentato a Strasburgo, un altro ricorso interno contro il Dpcm di settembre 2017 con il quale il Governo ha autorizzato il siderurgico di Taranto a continuare la sua produzione anche se non ha ottemperato alle prescrizioni AIA entro i tempi prestabiliti. Il nostro ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, in cui abbiamo sollevato la questione di legittimità costituzionale sulla vergognosa immunità penale ed amministrativa concessa ai gestori del siderurgico, si trova già davanti al Consiglio di Stato ed attendiamo la fissazione della data dell’audizione. Ebbene è proprio questa l’occasione per far valere questa importante sentenza della Cedu che accerta le violazioni dei diritti fondamentali alla vita ed alla salute di noi tarantini”.

Luciano Manna (per l’azione spontanea esposto “Col veleno nel sangue ed il cuore in mano) – Questa sentenza storica avvalora il senso della denuncia che abbiamo avviato pochi giorni fa. In quattro giorni abbiamo raccolto più di 1300 firme per la sottoscrizione dell’esposto “Col veleno nel sangue ed il cuore in mano” che denuncia le ripetute emissioni diffuse del siderurgico tarantino gestito da ArceloMittal. Questa sentenza storica va a sostegno delle decine di denunce deposidate dal 2013 ad oggi, cioè dalla fine delle indagini che poi hanno avviato il processo “Ambiente svenduto”. La nostra denuncia, oggi, vuole dimostrare la conferma della prosecuzione del reato nella gestione ArcelorMittal così come avveniva negli anni in cui è stata gestita dalla famiglia Riva e sino a pochi mesi fa dalla gestione commissariale. Secondo la Cedu esposti e denunce depositati in questi anni presso le Autorità non hanno avuto esito efficace per via dell’effetto dell’immunità penale concessa ai commissari e ai gestori. L’esposto “Col veleno nel sangue ed il cuore in mano” è quindi sulla strada giusta e a confermarcelo è proprio la Corte Europea dei Diritti Umani”.

Fulvia Gravame e Alessandro Marescotti (Peacelink) – La pronunica della Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) con sede a Starburgo è un passo fondamentale anche per rimuovere le condotte politico-istituzionali lesive dei diritti dei cittadini, condotte che hanno consentito il perpetuarsi di un evidente inquinamento che ha violato i fondamentali diritti umani, primo fra tutti il diritto alla vita. In tal senso le leggi Salva-Ilva sono state il prodotto eclatante di queste condotte lesive dei diritti fondamentali dei cittadini. Secondo i giudici di Strasburgo l’Italia è colpevole della “persistenza di una situazione di inquinamento ambientale”, che mette a rischio la salute di quanti vivono nell’area circostante l’impianto industriale.

Per la Cedu le istituzioni “non hanno adottato tutte le misure necessarie per garantire una protezione efficace” della popolazione. Secondo la stessa Corte, esposti e denunce presso le autorità nazionali non hanno avuto esito efficace e in questo senso va considerato che ben 42 esposti alla Procura attualmente giacciono nei cassetti per via dell’immunità penale concessa ai commissari e ai gestori. Pertanto la sentenza della Corte di Strasburgo di oggi è il punto di partenza per anche chiedere la cancellazione dell’immunità penale. Attendiamo il ricorso alla Corte Costituzionale da parte dei magistrati competenti.