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Masseria Solito, apre il cantiere nel nome di Pater

Pubblicato | da Angelo Di Leo

Nel nome di Pater, ripercorrendo le speranze della città che seppe scavare nel proprio passato tra mille intoppi e tanti reperti. La Masseria non a caso diventerà a sua volta un museo… nel senso contemporaneo del termine.

L’appuntamento è per domani, alle 10. Sindaco di Taranto e dirigente della Soprintendenza Taranto-Brindisi-Lecce, Melucci e Piccarreta, daranno simbolicamente il via ai lavori di recupero e valorizzazione della Masseria Solito.

Si tratta della casa di Pater, di Cesare Giulio Viola (tarantino, scrittore e sceneggiatore tra le altre cose di Sciuscià, il capolavoro di Vittorio De Sica) che narra di suo padre Luigi (anche fondatore del museo oggi noto come MarTa) e descrive la Taranto dei primissimi anni del Novecento. La masseria fu anche dimora dei Viola, infatti, e da domani diventerà Mudit. 

La Masseria Solito nel libro Pater

“La dote di mia madre fu investita nell’acquisto d’una terra nei pressi della città: Solìto.
La masseria di Solìto era così chiamata per essere un tempo appartenuta a una vecchia famiglia patrizia: i Solìto de Solis. Ma il suo nome antico era Muriveteres: forse perché lì presso si erano alzate le mura della città antica. Vasta e varia di colture, man mano che i suoi proprietari precipitavano verso la rovina, si era andata liberando dei suoi campi, dei suoi oliveti, dei suoi giardini a noria, e intatto era rimasto il suo cuore, lì ,dove s’apriva il grande frantoio. Quell’ultimo lotto era stato acquistato da un canonico Vergine, che a sua volta s’era alzata una casetta per i suoi ozi estivi. C’erano la vigna, un giardino, un orto, e i campi a grano. Eppoi c’era la vicinanza con la città.
La casa era costruita solidamente, con una qualche pretesa architettonica. Al piano terra era una sala da pranzo, un salotto, due stanze per il servizio e una cucinetta: al primo piano le camere da letto, che non erano eccessivamente ampie, ma ben rifinite nelle pareti e nei soffitti a stucco, con massicce intelaiature alle finestre. Nella ferrata che chiudeva l’arco del portone campeggiava la lettera V: mio padre non ebbe bisogno di mutar quelle lettere. Ma molte cose mutò nel tempo.
Ho sulla mia tavola la carta planimetrica di Solìto: alla sagoma che segna la vecchia casa, altre stanze si aggiungono, in lungo e in largo. Veggo, perfino, un villaggio, con il suo pozzo nel mezzo. D’improvviso abbraccio, nel tempo, l’opera di mio padre, e il suo sforzo di costruttore. E, anche, il suo amore per Solìto.
Ma quel giorno, quando, prima che si decidesse per l’acquisto, mio padre volle mostrare alla sposa il podere, certo non pensava a nuove costruzioni. Era un pomeriggio d’aprile. Partirono in carrozza dal Borgo, e li accompagnava mia nonna, Raggiunsero presto la via dell’Arsenale, … ” (Cesare Giulio Viola, dal libro PATER)