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Ad un passo da Disney World, “un sogno chiamato Florida”

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Un muro color lilla e, per base musicale, “Celebration” di Kool & The Gang: si annuncia così sui titoli di testa “Un sogno chiamato Florida” di Sean Baker (al Bellarmino di Taranto), frammento di cinema indipendente americano che giunge in leggerezza sui nostri schermi, sull’onda del successo internazionale: Cannes, una Nomination agli Oscar per Willem Dafoe, citazioni nelle Top Ten 2017 delle più prestigiose riviste specializzate internazionali.

L’oggetto è una specie di coriandolo colorato, che svolazza con leggerezza nel cielo terso di una sbandata America di provincia, abitata da ragazzini allegramente selvaggi, figli del sottobosco proletario spinto tra miseria e bigburger. Pochi anni stretti in pugno, madri e raramente padri non troppo presenti e comunque impegnati a sopravvivere nell’impero del consumismo, tanta voglia di giocare nello spazio sterminato offerto dai parcheggi dei centri commerciali o dalla periferia suburbana in cui abitano. Siamo a Orlando, Florida, capitale del turismo popolare: da una parte c’è il perimetro dorato di Disney World, dall’altra la cinta del centro residenziale popolare in cui si stipano, per pochi dollari di affitto, famiglie più o meno diseredate, giovani e meno giovani madri che tirano la giornata come possono. Manca tutto e non manca niente alla loro felicità: infanzie e giovinezze sospese in un limbo di imperfezione illuminato dal sogno del successo, che diventa un radioso miraggio da inseguire come si può e non necessariamente seguendo la retta via… Ecco dunque Moonee, musetto buffo e energia da vendere da mane a sera, sfacciata come la complicità che le offre la giovane madre, Halley, che coi suoi 22 anni e i traffici che ospita in casa per tirare a campare non ha certo il tempo per essere un modello comportamentale. Moonee però è allegra, scorrazza tra case, giardino e paraggi del Magic Castle Motel, dove vive assieme agli amichetti Scooty, Dick, Jancey: simpatiche canaglie su cui veglia il custode del residence, Bobby (Willem Dafoe al meglio di sé), un po’ guardiano che brontola, ripara i guasti e esige la pigione, un po’ padre burbero ma buono di quei bimbi e spesso anche delle loro giovani e sbandate madri. Sean Baker adotta stilemi e tono del guerrilla movie (low budget e high fidelity umanistica, camera mobilissima e al livello del suolo, setting realistico su scorci autentici, istintiva simpatia per l’umanità che racconta) per inquadrare un pezzo d’America sospesa tra Obama e Trump, nel perimetro più insignificante di uno stato sociale nullificato. Il suo obiettivo non è certo la denuncia, ma la necessità di raccontare empaticamente (e quindi “politicamente”) un pezzo di mondo che resta fuori quadro rispetto agli spot televisivi e ai programmi elettorali. L’odore è semmai quello della reality television in stile Jersey Shore, ma Sean Baker ci mette molta meno malizia e preferisce raccontare l’istinto di libertà che freme nell’infanzia di tutte le età della varia umanità di cui racconta, piuttosto che incidere le frustrazioni del sogno incancrenito negli usi e costumi dell’umanità consumistica. Il film vibra di vita, ombreggia sensibilità alla Truffaut (tra 400 colpi e Anni in tasca), ritrova la tradizione più libera e giocosa del cinema indipendente americano, lavora con decisione sulla messa in scena, anche se dà l’impressione costante di andare a braccio. I ragazzini protagonisti fanno il resto, per quanto riguarda ritmo e simpatia. Anche questo è cinema politico, senza troppe pretese sociologiche, ma con tante rivendicazioni umanistiche.