Sul Pezzo
‘Ndrangheta a Taranto: le mani sulla città dove gli appalti faranno gola
Trascorrere tre giorni in Salento e alla fine dire: i guai grossi sono a Taranto, città dove la droga è il terzo mare e gli appalti un trampolino possibile da cui tuffarsi nell’oro, aggiungiamo noi. Eh si. La commissione parlamentare antimafia ha sostenuto una full immersion di quelle frenetiche e ricche di spunti. Alla fine, se ne torna a Roma con due drammatiche consapevolezze, nei modi possibili rese alla stampa al termine di questa tregiorni pugliese. Salento meravigliosamente inquinato dalle mafie che investono nel turismo come nello sport, passando per le terre da arare. E Taranto con i suoi vicoli scambiati per zone franche della polvere bianca. ‘La città ionica presenta le maggiori criticità…è allarme sociale: povertà e forte influenza della ndrangheta sulle attività illecite”. Sintesi servita.
Taranto dalle ceneri della feroce guerra di mala (89-91) uscì con ossa rotte, morti sparsi e famiglie mafiose divise tra carcerati, pentiti, irriducibili, vedove ed orfani, generando un panorama confuso tra nostalgici del malaffare organizzato e pionieri del fai da te. Un ventre molle, dentro quello che in gergo viene definito ‘ambiente’ , che avrebbe aperto le corsie della statale 106 alle ‘ndrine calabresi: gruppi attratti dal porto, dal crocevia Puglia-Basilicata buoni per gli scambi della droga, e da un timone finalmente libero, sino ad allora diviso tra i De Vitis e i Modeo. Come scenario, il vuoto perverso degli ultimi 20 anni, accompagnato dal progressivo impoverimento dei rapporti politici e delle dinamiche imprenditoriali. Due ferite, queste ultime, sempre più larghe nelle quali – con tutta probabilità – le mafie hanno trovato spazi di manovra. In verità, segnali in tal senso ne sono giunti diversi. Lo stesso procuratore Motta, negli ultimi due anni, non ha nascosto preoccupazioni per le cosiddette infiltrazioni mafiose nella pubblica amministrazione. Un tassello fondamentale che merita approfondimento. Le parole di quest’oggi, del presidente in persona della commissione parlamentare Antimafia, al termine di una tambureggiante rassegna di audizioni, non fa che accrescere il timore che sui prossimi, tanti, appalti pubblici che stanno per esser banditi nell’ambito del piano di rilancio governativo, possa fiondarsi l’interesse della mafia calabrese con l’appoggio (anche in subappalto, diciamo così) dei clan locali. Verranno tempi difficili. La guardia va alzata. Capireno presto se quello di oggi, da parte dell’antimafia, sia stato un monito o un presagio.