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Ristorazione: fitti passivi e orari di apertura, le proposte di Francesca Intermite

Pubblicato | da Redazione

Fitti passivi e orari di chiusura, Francesca Intermite (tra le più dinamiche imprenditrici tarantine della ristorazione) lancia una serie di proposte affinchè il dramma economico derivato dal lockdown di primavera non si ripeta nelle prossime settimane, tra disposizioni controverse e scenari tutti ancora da decifrare.

Ecco la lettera aperta giunta poco fa in redazione, a firma del presidente di Terziario Donna Taranto Confcommercio Imprese per l’Italia, nonchè consigliere nazionale Terziario Donna Confcommercio Imprese per l’Italia e Coordinatrice Regione Puglia FIPE:

“La crisi generata dall’emergenza sanitaria ha avuto effetti sconvolgenti sull’intero tessuto economico, ma ha colpito in modo particolare il mondo della ristorazione. Bar e ristoranti hanno subito una contrazione di fatturato del 66% nel periodo marzo-giugno e le previsioni indicano in -24 miliardi di euro le perdite sull’anno precedente dell’intero settore pari a circa il 27% in meno rispetto al 2019. Per contro, i canoni di locazione sono rimasti invariati. 

I contagi balzano in tutta Italia, facendo segnare nuovi record, ma il settore dei pubblici esercizi è già fra le vittime economiche di questa seconda ondata del Covid-19.

Con questi presupposti ogni impresa è tenuta a rimodulare i propri costi se non vuole mettere a rischio la propria sopravvivenza. I canoni di locazione per quel 60% di imprese che svolge l’attività in locali in affitto rappresentano un costo importante che deve necessariamente essere ricondotto dentro parametri di sostenibilità economica soprattutto per quelle imprese nelle quali il combinato disposto tra l’essere localizzate nelle aree più esposte alla crisi e l’onerosità dei costi di locazione rischia di essere una zavorra che impedisce qualsiasi possibilità di ripresa.

I canoni di locazioni sono dunque materia che merita specifica. Giova segnalare alcune recenti ordinanze in cui i giudici fissano alcuni principi importanti.

ln questo momento il costo dell’affitto dei locali si mangia il 30% circa dei fatturati dei ristoratori italiani. Solo 8 mesi fa, prima della tempesta scatenata dal Covid-19, questa voce incideva per poco più del 10% sui bilanci dei pubblici esercizi. Le cause di questa impennata sono tutt’altro che nascoste.

Quella degli affitti è, ad oggi,  una delle principali fonti di preoccupazione per i titolari di bar e ristoranti e, di conseguenza, è diventata una delle principali battaglie della Fipe-Confcommercio, Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi, a livello nazionale e, naturalmente locale.

Le condizioni economiche che c’erano nel momento in cui sono stati stipulati i contratti, sono venute meno; per questo è auspicabile che i proprietari di immobili siano disposti a ridurre temporaneamente i canoni delle locazioni commerciali.

Il mercato delle locazioni commerciali è in flessione, tanto da consentire a chi stipula oggi un nuovo contratto, di beneficiare di canoni più bassi fino al 15% rispetto a un anno fa e questo vantaggio se lo porta dietro per tutta la durata del contratto che solitamente è di 6+6 anni. Chi invece ne ha già uno in vigore, deve misurarsi con la disponibilità del proprietario a rinegoziare. In questo modo si creano imprese di serie A e di serie B, con evidenti squilibri di mercato. Sorge spontanea una domanda: avendo perso da marzo a giugno ristoranti e bar il 66% dei loro fatturati, come è possibile che possano continuare a pagare lo stesso affitto di prima?. 

La magistratura, il 27 agosto, ha posto un precedente sul tema: il Tribunale di Roma, in merito a un contenzioso tra locatario e proprietario, ha emesso un’ordinanza che impone a quest’ultimo di ridurre il canone d’affitto del 40% per i mesi di marzo e aprile, in pieno lockdown, e del 20% per i mesi successivi, fino a marzo 2021. Una pronuncia motivata sulla base della sopravvenuta impossibilità del ristoratore di svolgere appieno la propria attività.

Quanti negozi stanno chiudendo nella nostra città a causa degli affitti insostenibili, nonostante la situazione di emergenza dettata dal #COVID19?

E  la cosa assurda è che molti proprietari di immobili non sono disposti a calmierare le loro richieste accettando piuttosto di risolvere i contratti in essere. L’invito che mi sento di rivolgere a nome delle aziende del settore, è di sollecitare i proprietari degli immobili alla riduzione dei canoni, sulla scorta di quanto accaduto a Roma.

La crisi è destinata a farsi ancor più drammatica nei prossimi mesi, alla luce delle nuove restrizioni attese nei prossimi giorni, e dell’ultimo DPCM e allora, probabilmente gioverebbe al settore non assistere più a dichiarazioni incaute ed offensive verso le nostre categorie, che insinuerebbero il dubbio che mangiare al ristorante sia pericoloso, perché non esiste alcun dato scientifico che dimostri simile assunto. Il mondo della ristorazione è composto da centinaia di migliaia di professionisti imprenditori seri che mettono la salute e la sicurezza dei propri clienti e dei lavoratori al centro del loro lavoro e non meritano queste affermazioni.

Non soltanto i ristoranti, svuotati dall’effetto psicologico negativo determinato dall’impennata di nuovi casi, e dall’abitudine (tutta meridionale) di andare a cena dopo le ore 21, ma anche i bar, sono ormai impossibilitati a lavorare a causa delle restrizioni sugli orari di apertura, dello smart working, scelte che contraggono la clientela  della colazione, del light lunch e dell’aperitivo pre-dinner.

Gli ultimi provvedimenti presi da governo e alcune Regioni per il contenimento della seconda ondata di Covid-19 stanno, dunque, mettendo definitivamente in ginocchio i pubblici esercizi. Nel nord della nostra Italia le attività si svolgono ad orario continuato e tutte chiudono dalle 18,00 alle 19,00 per poi dedicarsi alla famiglia ed al divertimento. In questo caso le ore 21,00 previste dal decreto potrebbero ritenersi accettabili, come anche le 24,00 come orario culmine delle attività di ristorazione e beverage.
Ma le nostre abitudini sono differenti… Un’emergenza nell’emergenza sulla quale occorre puntare l’attenzione… Comprendiamo l’emergenza sanitaria e la gravità del momento, ma è impensabile che l’unica ricetta proposta per contrastare la pandemia sia quella di chiudere tutto o di generare una psicosi di massa, o se questa viene ritenuta l’unica soluzione percorribile, allora si potrebbe proporre un’azione di solidarietà, così come avvenuto in altre città nel mondo del commercio dopo l’ultimo DPCM, dove si è proposto ai commercianti del settore  No food di chiudere alle 19 le proprie attività, per poter fruire dei servizi offerti dalle categorie in crisi, in fasce più ampie di fruizione: per tutta la durata del DPCM tutte le attività diverse dal mondo Horeca si sono impegnate a chiudere alle 19,00, facendo orario continuato. Questo potrebbe consentire al mondo del food e beverage la possibilità di sopravvivere, un aiuto per non far morire le aziende del settore pubblici esercizi e la socialità, recuperando una qualità della vita che negli ultimi mesi è stata notevolmente compromessa.

                                                                                   Francesca Intermite