Cinema, Cooltura
All’Ariston arriva Il Primo Re
Arriva nelle nostre sale – a Taranto all’Ariston – con l’aura del progetto in bilico fra ambizione e incoscienza, per le sue dimensioni decisamente sovranazionali: è infatti una coproduzione con il Belgio e vanta un budget di 9 milioni di euro, raccolti per quasi metà all’estero.
Lo firma Matteo Rovere, che con i suoi trentasette anni è già il più giovane produttore italiano ad aver ottenuto un Nastro d’Argento (per Smetto quando voglio, diretto dal collega Sydney Sibilia) e che nelle sale si era fatto notare con la precedente regia, il bel dramma su quattro ruote Veloce come il vento. Il passo successivo prevede quindi di alzare l’asticella, e Il primo re racconta la nascita di Roma, la leggenda di Romolo e Remo, in una cornice ancestrale e per niente scontata.
Non ci troviamo infatti davanti a un semplice dramma storico e neppure a una rievocazione dei mitici “sandaloni”, con gli eroi muscolari in contesti di cartapesta che imperversavano con onore nel cinema italiano degli anni Cinquanta. Piuttosto si deve pensare a opere come La guerra del fuoco di Jean-Jacques Annaud o Valhalla Rising di Nicolas Winding Refn: film, cioè, in cui il rapporto con la leggenda ha un sapore mistico, poiché la lotta per la sopravvivenza dei leggendari fratelli è anche il racconto di due diversi confronti con il divino e il Potere. Il Remo di Alessandro Borghi è infatti convinto che la forza sia l’unica cosa che conta per elevarsi sopra gli altri uomini e autoproclamarsi re, laddove Romolo (Alessio Lapice, visto in Gomorra) mostra maggior timore per le manifestazioni del sacro. A completare il triangolo ci pensa la vestale di Tania Garribba, corpo esile e sguardo magnetico, ex ballerina e attrice teatrale, presenza memorabile e capace di incarnare bene le dinamiche di attrazione/repulsione in gioco della storia.
Il dramma è quindi brutale, a tinte forti, ma non gratuitamente violento, immerso nel fango dei luoghi reali – le riprese sono avvenute nel vero hinterland laziale – illuminati con tinte naturali dalla fotografia di Daniele Ciprì. E funziona proprio perché affronta il Mito, ma non cede alle lusinghe del fantasy. Al contrario le dinamiche sono d’azione, ma anche e soprattutto personali, intime: praticamente il racconto di due fratelli uniti da un forte affetto eppure divisi dalle idee che li porteranno a combattere per diverse visioni del mondo. Che poi era quanto Rovere aveva già dimostrato di apprezzare in Veloce come il vento, segno di come Il primo re non sia un capriccio estemporaneo, ma un ulteriore capitolo di una poetica che anche quando guarda al grande non perde di vista la concretezza della vita e l’importanza dei legami di sangue. La sfida ora è quella del botteghino, per attirare un pubblico che magari si aspetta il nuovo Braveheart e si troverà invece davanti a un dramma lirico, ma asciutto. Un film recitato in latino arcaico, ma che delega lo svolgimento più alle atmosfere che alle parole, con protagonisti sempre a contatto con la forza degli elementi naturali e una furia selvaggia che evoca grande sicurezza interiore. La vera ambizione del progetto, dopotutto è questa: raccontare il grande con il piccolo, il Mito con la crudezza, ma anche l’identità di una cultura con l’idea dell’accoglienza. Roma, ci viene detto, è infatti sorta quando il primo re ha riunito i reietti delle altre civiltà. E così Rovere ci fa capire che il suo gioco degli opposti è davvero tutt’altro che gratuito, ma capace di guardare anche al presente.
Davide Di Giorgio