Salute
Ilva, tutto pronto per i saldi d’acciaio
L’affare è servito: chi compra usufruirà dello sconto economico (azienda in crisi) del grazie politico (azienda strategica per moltissimi versi) dei decreti ad hoc (nei cassetti ministeriali prestampati sempre pronti).
A Taranto c’è molta attenzione. In Piemonte temono lo spezzatino. La questione ambientale, su a nord, è meno incalzante. A Taranto si teme, ad esempio, che i nuovi padroni (vocabolo da non trascurare, visti i precedenti illustri) possano disfarsi della protesta cittadina a colpi di decretazioniamiche, pronte a supportare la loro azione di ‘salvataggio’. Arrivano i nuovi eroi, dunque. la politica tarantina sta già preparando i cappelli? Si parla, da mesi, di una cordata. E tornano in campo i nomi che hanno fatto discutere. Marcegaglia, che intanto in riva allo jonio ha deciso di chiudere il proprio stabilìmento. E Mittal, la società franco-indiana che dovrebbe dare garanzie a lungo termine, occupazionali e ‘ambientali’ (così dicono, così non sembra). Il bando sarà pronto la prossima settimana, assicura il ministro Guidi. Ma Taranto non è Racconigi, tantomeno Novi Ligure: il perimetro è vasto; qui servono garanzie totali, l’opinione pubblica è arriva, c’è gente che vorrebbe guardare oltre la stessa Ilva, ci sono luoghi dove si imagina una città che svolti dal proprio destino.Su queste sponde il ragionamento è altro e di lungo respiro (scusate il termine… ) con tesi contrapposte in campo, ogni giorno. Il Governo non può immaginare di passare la spugna su anni di lotta e nuova consapevolezza. Chiunque dovesse acquistare gli impianti di Taranto avrebbe l’onere di confrontarsi quotidianamente con una città stanca di sfamarsi con il veleno. Il nono decreto sarà presto convertito in legge, però: spiana la strada ai privati, lastricandola di buone scappatoie. Intanto l’Europa contesta all’Italia il prestito di 300 milioni assicurato perché Ilva tiri avanti: aiuto di Stato, urla Bruxelles. Non si può! E il governo? Accelera sul percorso della cessione degli impianti alla una newco con investitori privati, come detto. L’operazione dovrà concludersi entro il prossimo 30 giugno. Ma sul territorio, la visione non è uniforme. In Piemonte – basti dare una occhiata alla stampa locale – temono che Novi Ligure e Genova Cornigliano possano conoscere una sorte diversa da quella di Taranto, impianto che fa più gola ad italiani. Francesi e indiani. Temono che l’indotto piemontese possa uscire polverizzato dalla svendita imminente. Ma Taranto, città che a dire dei politici piemontesi uscirebbe rafforzata dalla cessione alla nuova cordata, assiste già all’agonia dell’indotto: aziende a credito con Ilva, con i bilanci che scricchiolano e gli operai che rischiano il posto. Svendita avviata, dunque. Ma tutto è relativo, come sempre. Tranne i dati sulle emissioni inquinanti. Quelle non cambiano se non a seconda dei livelli di produzione. Ma questo tema, fuori dalle mira tarantine, non sembra proprio interessare a nessuno. Restano fatti dei tarantini! Così è, se ci pare .