Cinema, Cooltura
La semplicità risorta: al Bellarmino “Lazzaro felice” di Alice Rohrwacher
Lazzaro nei Vangeli è quello che risorge, questo lo sappiamo. Ma è anche quello che è molto amato e se torna a nuova vita è perché muove a compassione il Cristo.
Il Lazzaro felice, laico, di Alice Rohrwacher è invece una figura che non appartiene al tempo dei testi sacri, non appartiene alla compassione e nemmeno all’amore di nessuno. In realtà non appartiene e basta, nel senso che non è di nessuno: “Di chi sei figlio tu?”, gli chiedono, e lui: “Non lo so”… Ecco, è in questa sua libertà assoluta che Lazzaro è felice, la sua leggerezza è la storia di un giovane uomo che non appartiene al tempo (né all’arcadia contadina imposta con l’inganno dalla Marchesa ai suoi servi della gleba, né alla sfasciata periferia parametropolitana in cui si ritrova nella seconda parte). La sua bontà è la bontà degli umili, ovvero dei semplici, ossia degli ingenui, che sono quelli privi di malizia, che è un sottoprodotto del male.
La guardi così e questa favola di Alice Rohrwacher è una parabola morale, salvo poi guardarla nelle sue coordinate storiche e sociali e allora diventa un piccolo saggio sull’Italia che resta sospesa nelle perenni trasformazioni nel dopoguerra, industrializzazioni forzate, iniezioni di modernità, perdita di identità che corrisponde alla perdita della Storia: Zavattini e De Sica ce lo raccontarono nel Miracolo a Milano, poi Pasolini l’ha analizzato e Citti raccontato, i fratelli Taviani e Olmi l’hanno stigmatizzato, i fratelli Bertolucci l’hanno disegnato tra il Novecento di Bernardo e i mondi di Giuseppe in coppia con Cerami, per non dire del Benigni televisivo e in parte cinematografico…
Ad ogni modo, se Lazzaro felice è un film da vedere (…e lo è: ultimo weekend al Bellarmino), è perché si tratta di un’opera che fa sradica dalle certezze narrative, dalle abitudini del raccontare classico, impone una svista favolistica alla quale i realismi ci hanno disabituato e che compie il miracolo di far risorgere la verità, che è il seme della realtà… La storia racconta di una comunità contadina che vive fuori dal tempo, sfruttata da una Marchesa che impone loro una servitù truffaldina: non conoscono soldi né modernità, solo il lavoro, la terra e le bestie. Tra loro Lazzaro è il Candido che lavora col sorriso, mentre un po’ tutti lo usano. Lo userà anche il Marchesino, che, durante le vacanze estive nella tenuta, s’inventa una sua piccola e annoiata rivolta contro il dominio materno e fa crollare quel castello incantato, proiettando tutti e tutto nel tempo presente. Il grande inganno finito lascia tutti in una modernità fatta di miseria e rassegnata tristezza, dove Lazzaro arriverà come un santo tornato in vita… Ed è tutto un incantare la narrazione quello che si innesca nella seconda parte, un gioco di illusioni e di realismo di periferia in cui Alice Rohrwacher si muove con meraviglia, capace di instaurare con i personaggi, la scena e gli spettatori un dialogo un po’ magico, empatico e razionale allo stesso tempo: emoziona e ragiona, diverte e pensa. Mica poco! Si esce spiazzati ma con la sensazione di aver visto qualcosa e capito molto…