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Un film verace… senza pummarola

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La doppia emme di “Ammore e malavita” sta lì a garantire che trattasi di cinema verace, come le vongole, che a Napoli con la pasta si cucinano rigorosamente senza pummarola, dice – anzi docet – l’infallibile Ciro.

È lui l’eroe in fuga dal lato oscuro malavitoso nello sfavillante musical tardomelodico dei Manetti Bros (al secondo week-end di programmazione al Bellarmino di Taranto), anima candida pescata nei bassi della città da don Vincenzo, boss incarnato nella simpatia sfastidiata di Carlo Buccirosso. Come fossimo in un film di John Woo visto con gli occhi di Nino D’Angelo, Ciro è un killer spietato e infallibile che fa coppia fissa con l’altrettanto micidiale Rosario, interpretato da Raiz degli Alma Megretta. I due sono fratelli di latte malavitoso, cresciuti e addestrati insieme, e tutti li chiamano “le due tigri”: inguainati in nera pelle, a bordo di nere motociclette, sfrecciano per i vicoli al servizio di don Vincenzo, il quale s’è intanto fatto sparare da avversi sicari, che lo credono spacciato. Ma lui è solo ferito e, come fossimo in una tragedia shakespeariana, la “femmina” del boss (volitiva come Claudia Gerini) ordisce il piano per una uscita di scena coi fiocchi: c’è un poveraccio che è tale e quale don Vincenzo, basta ammazzarlo, metterlo nella bara del boss, piangere al funerale e poi fuggire in gran segreto ai Caraibi. Peccato che in ospedale don Vincenzo viene visto e riconosciuto da un’infermiera che risponde al nome di Fatima ed è il primo ammore, quello che non si scorda mai, di Ciro. Ora, la domanda che i Manetti a questo punto si fanno è: “Se un killer della camorra deve uccidere una donna e riconosce in lei l’amore della sua adolescenza parliamo d’amore o di malavita?”. Per rispondere al quesito i due fratelli mettono mano a un esemplare di cinema pop all’italiana in cui fanno convergere e ripartire la tradizione della sceneggiata partenopea, i cascami del neomelodico ritardatario, le pulsioni di genere del cosiddetto cinema bis italiano (poliziotteschi et similia), ma anche l’immaginario ricaduto su questa cultura dai “crime dramas” honkonghesi, quelli del più volte citato John Woo, coi suoi antieroi armati di pistola e cuore tenero, innamorati a muso duro, disposti a fare tutto, anche a tradire la loro stessa causa, per salvare l’innocenza di una fanciulla che hanno trovato sulla loro strada. Esattamente come fa Ciro, che non risparmia colpi nemmeno a Rosario, pur di salvare Fatima, mentre il film s’accende di colori e sonorità che lo trasformano in un musical parodiante e appassionato, dove i numeri musicali, composti da Pivio e Aldo De Scalzi e coreografati da Luca Tommassini, partono puntuali e numerosi nelle situazioni più intense (c’è anche Pino Mauro su un trono di cornetti scaccia jella). I luoghi comuni del crime cinema (pallottole schivate, duelli spietati, fughe rocambolesche) permettono ai Manetti di fare sfoggio di destrezza cinematografica ma anche di chiara vena ironica, con la commedia che si incarna nei caratteri forti e divertenti dei protagonisti e dei comprimari.