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Il vescovo tra gli operai: Ilva è in vendita ma la salute no

Pubblicato | da Redazione

“Siano prese in considerazione esclusivamente le opzioni che garantiscano il rispetto della dignità e della salute degli operai, e la salvaguardia del nostro territorio così gravemente compromesso e sia difesa l’occupazione. Ci aspettiamo poi un Piano industriale chiaro e un cronoprogramma rigido: lo si deve a una città che ha smarrito la fiducia un decreto dietro l’altro. In questa fase di vendita, spero tanto che l’interesse alla produzione non posponga neanche in minima parte il bene di Taranto, a cominciare dalla salute di voi dipendenti e dalla difesa del vostro posto di lavoro”.

E’ uno dei passi salienti dell’omelia che Filippo Santoro ha svolto  oggi in occasione del precetto pasquale tenuto nelle acciaierie Ilva di Taranto. Con il consueto stile diretto e schietto, l’arcivescovo di Taranto ha voluto sottolineare la preminenza della salute rispetto a qualsiasi altra attività o esigenza, soprattutto in questa fase di vendita dell’ilva.

 

Ecco il testo integrale del discorso di Santoro.

“Cari amici, è mio desiderio ogni anno continuare questa tradizione del precetto in questo stabilimento per tanti motivi, primo fra tutti, per esprimere la mia vicinanza e il mio sostegno in questa fase storicamente complessa di cambiamento. In cinque anni, da quando sono a Taranto, sono successe tante cose, tante evoluzioni ed involuzioni, però ho tenuto ad indicare nella presenza della Chiesa costante e puntuale la testimonianza di chi desidera starvi vicino, di chi non desidera entrare nell’agone di opinioni vincenti e sbrigative, ma di chi riparte per le sue battaglie guardandovi negli occhi e pensando alle vostre famiglie, sicuramente interessate dalle condizioni incerte di lavoro come anche in tanti casi dalla malattia e per tutti voi dall’esposizione continua ad agenti inquinanti. Nel contesto della Settima Santa ho scelto un brano del Vangelo di Giovanni che si può dire faccia parte del grande testamento di Gesù, si tratta di un lascito che inizia dal gesto della lavanda dei piedi fino all’innalzarsi della grande preghiera sacerdotale del Signore.

È il comandamento dell’amore. Del cosiddetto amore al nostro prossimo.  Per noi figli del nostro tempo, sentire la parola comandamento unita all’amore appare contradditorio. L’amore infatti è spesso, almeno in tante convinzioni, contrassegnato da spinte sentimentali e spontaneistiche. Amo finché ne ho voglia. Per chi crede invece l’amore oltre ad essere un dono è un compito, un dovere, in virtù dell’amore che Dio ha per noi. È un lavoro, è uno sforzo di fedeltà e di dedizione, che nasce dall’essere beneficiari di misericordia e di perdono. “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi.” (Gv 15,12).  Amare il prossimo significa imparare ad amarlo, faticare per amarlo, migliorare per amarlo. Per i cristiani l’amore senza il sacrificio è un amore vuoto e non verificabile. Nei Vangeli sinottici (cfr Mt 22; Mc12; Lc10) alla prima esposizione del più grande dei comandamenti: ama il Dio con tutte le tue forze e il prossimo tuo come te stesso, coloro che ascoltavano chiesero immediatamente: «E chi è il mio prossimo?». Il Signore non risponde con una definizione aleatoria, ma con una parabola che è già esperienza vera, precisa. La parabola del buon samaritano. Il bene, l’amore, il prossimo, non sono parole astratte ma si trovano sulla strada di ciascuno, in situazioni contingenti ben precise e comporta lo sforzo del farsi carico delle sue sofferenze. Ecco perché non rinuncio a questo precetto, perché la città non può vivere la sua Settimana Santa se non fa memoria dei suoi dolori, dei fratelli feriti e abbattuti. Certo farsi carico costa fatica, è più facile rimanere osservatori, opinionisti anche autorevoli che pur scendendo da Gerusalemme a Gerico non toccano, stando alla citata parabola, il malcapitato moribondo neanche con un dito.  Oggi il nostro prossimo siete voi e la comunità ecclesiale come sempre desidera esservi vicino.

Papa Francesco, nella scorsa Domenica delle Palme ha detto: “Gesù  è presente in tanti nostri fratelli e sorelle che oggi, oggi patiscono sofferenze come lui: soffrono per un lavoro da schiavi, soffrono per i drammi familiari, per le malattie…”. Certo l’osservatorio del papa è mondiale ma il mio pensiero è corso a voi, riflettendo  sulle vostre sofferenze; sul caro prezzo che avete pagato alla produzione in termini di vita.  Per questo motivo infatti la celebrazione di oggi è l’occasione per ricordare tutti i vostri colleghi che sono morti a causa del lavoro.

Voi siete quelli che con il vostro lavoro avete contribuito al benessere della città e di tutto il nostro Paese, benessere del quale moltissimi hanno goduto, anche coloro i quali oggi fanno finta di aver dimenticato. 

Voi siete quelli che svolgete un lavoro duro, pesante e rischioso, che vi fa onore e che vi consente di garantire il necessario alle vostre famiglie. Per amore verso di voi, nostro prossimo che desidero fare appello di responsabilità ai numerosi attori che in questo momento lavorano alla difficile transizione del siderurgico. Che –  come chiede Papa Francesco nella sua Enciclica Laudato Si’- prima di ogni scelta ci sia una rigorosa valutazione preventiva del rischio sanitario e ambientale e che la popolazione sia dovutamente informata.

Siano prese in considerazione esclusivamente le opzioni che garantiscano il rispetto della dignità e della salute degli operai, e la salvaguardia del nostro territorio così gravemente compromesso e sia difesa l’occupazione.

Ci aspettiamo poi un Piano industriale chiaro e un cronoprogramma rigido: lo si deve a una città che ha smarrito la fiducia un decreto dietro l’altro.

 

In questa fase di vendita, spero tanto che l’interesse alla produzione non posponga neanche in minima parte il bene di Taranto, a cominciare dalla salute di voi dipendenti e dalla difesa del vostro posto di lavoro. Come ripete ancora il Papa e come ben mette in evidenza l’invito che è stato preparato per questa messa “Abbattere muri e … costruire ponti”. Quel ponte slanciato in un cielo limpido, senza fumi, e su di un mare pulito, senza discariche. Quel ponte che ha due sensi di marcia, cioè di un dialogo continuo. Tornando al Vangelo Gesù dice che “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici”. È il Signore che ha l’amore più grande che ci dona, e in questi giorni santi lo meditiamo con più attenzione, la sua stessa esistenza. “Questo è il mio mandato – afferma Gesù – : che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15, 12). L’espressione può essere resa anche in quest’altro modo: “Poiché io vi ho amati, amatevi anche voi come ho fatto io”. Amiamo perché siamo stati amati per primi. È questa la fonte che mi lascia sempre ben sperare senza cadere nello sconforto, perché chi crede non si rassegna, né si convince che le cose non possano cambiare, ma, al contrario, apre vie di speranza. Chi ha la capacità di guardare oltre il calvario può augurarvi una santa Pasqua di Risurrezione in questi ambienti di lamiere, di macchinari, di fatica e nelle vostre famiglie. Augurarci la risurrezione è audace, è coraggioso, ed è davvero necessario. La auguro con tutto il cuore a voi  e alle vostre famiglie”.