Salute
Maria Vicidomini, dopo Patrizia Todisco un’altra donna dice no ai Riva
A Milano quindi hanno detto no. No all’alleggerimento della pena per Adriano, Fabio e Nicola Riva per bancarotta fraudolenta e distrazione di fondi. Reati grazie ai quali “la famiglia” era riuscita ad esportare capitali nel paradiso fiscale del Jersey. Quegli stessi capitali, scovati da solerti giudici milanesi, che ora dovrebbero rientrare in Italia per essere utilizzati per risistemare gli impianti dell’Ilva di Taranto e per ridare fiato alle asfittiche casse delle acciaierie gestite dai commissari statali.
Soldi che, probabilmente, i Riva avevano… messo da parte negli anni evitando di intervenire su pezzi dello stabilimento di Taranto obsoleti e altamente inquinanti. In verità la cresta sarebbe stata ben più consistente, tanto che il gip Patrizia Todisco a maggio del 2013 dispose il sequestro per equivalente di beni, quote societarie e denaro fino a 8,1 miliardi di euro quale risparmio per il mancato adeguamento ambientale degli impianti a partire dal 1995 (anno di acquisizione dell’Ilva).
Già la Todisco. Sarà una coincidenza, ma è un’altro giudice donna a mettersi di traverso sulla strada dei Riva: il gip di Milano Maria Vicidomini. Paradossalmente i più tranquilli in tutta questa storia sono proprio i Riva che hanno immediatamente ribadito “l’immutata volontà di collaborazione con l’autorità giudiziaria di Milano e di Taranto e con il Governo, per la soluzione delle problematiche Ilva”. Sanno che senza il loro “tesoretto” si complicherebbe maledettamente sia la gestione corrente delle acciaierie che la loro vendita.
Riepiloghiamo. Il gip Todisco ci dice che il Gruppo Riva dal ’95 al 2013 ha “risparmiato” più di 8 miliardi di euro omettendo interventi di carattere ambientale sugli impianti. Seguendo un’altra indagine i giudici di Milano Stefano Civardi e Mauro Clerici, scoprono in Svizzera il tesoretto dei Riva pari a 1,3 miliardi di euro. Nel frattempo Ilva viene affidata in amministrazione straordinaria a tre commissari e messa in vendita. Per renderla appetibile su un mercato dell’acciaio già in eccesso di produzione, lo Stato promette di farsi carico degli interventi di adeguamento all’Aia (autorizzazione integrata ambientale) senza i quali lo stabilimento non potrebbe svolgere alcuna attività. Ma lo Stato non ha i soldi necessari e allora avvia la triangolazione con le procure di Milano e Taranto e la famiglia Riva per il rientro del tesoretto in Italia. Con quei soldi si sarebbe, finalmente, realizzato il risanamento dello stabilimento e gli acquirenti avrebbero avuto impianti a norma di legge.
Ora un altro giudice dice no ai Riva ed all’accordo a tre perchè “le richieste non possono essere accolte per assoluta incongruità delle pene concordate”. Secondo il gup di Milano “raggruppando in maniera generica una molteplicità di reciproche rinunce ad azioni esercitabili in sede civile, amministrativa e penale, rischia di tradursi in una sostanziale e totalizzante abdicazione alla tutela di molteplici e variegati interessi non solo da parte degli imputati ma anche del commissario straordinario di Ilva spa e del curatore speciale di Riva Fire”.
Ora cosa accadrà? I pompieri sono già in azione. Gettare acqua sul fuoco è quantomai necessario anche perchè, questa volta, l’ennesimo decreto legge potrebbe non bastare.