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Taranto: Ambiente svenduto, processo già… morto?

Pubblicato | da Redazione

Ancora un rinvio per il processo Ambiente svenduto, il maxi procedimento per disastro ambientale nei confronti dell’Ilva di Taranto. L’udienza odierna è durata pochi minuti, giusto il tempo da parte della Corte d’Assise, di accogliere l’istanza presentata dall’avvocato Massimo Lauro, difensore dell’ex Riva Fire, finalizzata ad un possibile patteggiamento della pena. Le udienze riprenderanno l’1 marzo.

Un processo che rischia di morire ancora prima di nascere secondo Angelo Bonelli della Federazione nazionale dei Verdi, già consigliere comunale di Taranto. Il timore di Bonelli e del mondo ecologista è che “lentamente rinvio dopo rinvio, errori procedurali e dimenticanze dei cancellieri si rischia che arrivi la prescrizione per i reati commessi dagli imputati”. Secondo Bonelli “l’istanza presentata dai legali di Riva Fire, che ha cambiato la denominazione in Partecipazioni Industriali, che anticipa il contenuto del patteggiamento non rispetta il principio chi inquina paga, norma giuridica fondante delle direttive europee e della legislazione nazionale. I soldi dei Riva sequestrati per riciclaggio e frode fiscale, 1,3 miliardi di euro, sulla base di questo patteggiamento non saranno destinate a decontaminare la città dai veleni di decenni di inquinamento dell’Ilva ma utilizzati per la fabbrica per attuare le prescrizioni dell’Aia che in qualunque paese europeo sono a carico del proprietario dell’impianto e non dei cittadini. A Taranto nessuno pagherà per l’inquinamento e il drammatico paradosso è che il processo rischia di diventare il luogo della soluzione dei problemi dell’Ilva e non di applicare il principio chi inquina paga in nome dell’interesse collettivo di una comunità massacrata dai veleni”.

Per l’esponente dei Verdi “tutto è drammaticamente poco chiaro a partire dal comportamento del ministero dell’ambiente che ha dato un parere sui piani ambientali presentati dalle due cordate di compratori mentre i cittadini nulla sanno di questi piani e non possono avere voce in capitolo determinando una violazione della convenzione di Arhus e delle direttive europee che obbligano le istituzioni a coinvolgere i cittadini in termini di osservazioni e chi comprerà Ilva avrà, ai sensi del decreto 98/2016 art.2, l’immunità penale: a Taranto muore il principio chi inquina paga con la regia dello Stato”.

Preoccupazione viene espressa anche da Alessandro Marescotti di PeaceLink che “considera grave e inaccettabile che il processo all’ILVA non decolli e che si stia prendendo tempo in funzione di un patteggiamento dai rivolti poco chiari e per certi aspetti anche preoccupanti. Ciò che preoccupa in particolare è che il cuore del patteggiamento ruoti attorno ad una enorme somma che lo Stato si appresta – attraverso il patteggiamento stesso – a restituire all’Ilva dopo che la procura di Milano aveva considerato tale somma un tesoretto indebito frutto di attività fiscali e valutarie illecite”.

PeaceLink chiede che il “tesoretto dei Riva venga usato per la decontaminazione dei suoli e della falda e ci opporremo in tutte le sedi al suo trasfermento verso usi finalizzati alle attività produttive dell’acciaieria, perché se ciò avvenisse ci troveremmo di fronte ad un aiuto di Stato sanzionabile dalla Commissione Europea. Per la Commissione Europea, l’unico uso lecito di fondi pubblici è quello finalizzato alla decontaminazione dei suoli e della falda. Chiediamo a tutti gli attori in campo che il patteggiamento non violi le fondamentali regole europee e che il principio “chi inquina paga” non venga capovolto nel “chi inquina viene pagato”.

“Attorno al patteggiamento si gioca la partita della trattativa con quei privati che sono più o meno interessati a gestire la fabbrica in vista di un utile. Un utile che non vi sarebbe senza la dote del “tesoretto”. Ci attendiamo che i magistrati esercitino le loro funzioni a tutela di una comunità non consentendo in alcun modo che il tesoretto divenga – tramite un patteggiamento mal congegnato – preda degli appetiti di una trattativa per garantire ai privati degli utili, senza d’altro canto poter dare la garanzia che le emissioni della fabbrica non continuino ad elargire “malattia e morte”. Nel caso in cui venisse accolto un patteggiamento chiediamo fin da ora che esso contenga un cronoprogramma delle attività di decontaminazione e di bonifica dei suoli. Si faccia attenzione: la parola “bonifica” non è applicabile agli impianti ma unicamente alle matrici ambientali. Questo dice la legge e questo deve essere fatto. Ovviamente una seria bonifica dei suoli e delle falde acquifere sotterranee assorbirà interamente il “tesoretto” e scoraggerà ogni privato dal prendersi in carico una fabbrica di cui vanno bonificati i suoli fino in profondità, fino alla falda superficiale e profonda. Il patteggiamento non sia finalizzato alla prosecuzione delle attività produttive”.

Dubbi e timori sull’andamento del processo sono stati espressi anche da Taranto Respira in una conferenza stampa tenuta dai portavoce del movimento Vittoria Orlando e Giovanni Carbotti. E’ trascorso quasi un anno dal rinvio a giudizio degli imputati ma il dibattimento procede a rilento con continui rinvii – hanno detto –  inoltre si corre il rischio di vedere alleggerita la posizione delle tre società coinvolte nel procedimento, sulla scorta di un’interlocuzione avvenuta fuori dalle aule giudiziarie.

E’ stato evidenziato, inoltre, che l’accoglimento delle istanze di patteggiamento rendere difficile, se non impossibile, soddisfare le richieste di risarcimento dei danni da parte delle parti civili già costituite. Infine Taranto respira teme che l’accoglimento delle istanze di patteggiamento delle società imputate, con lo stralcio della loro posizione rispetto al processo penale, possa portare al dissequestro e alla restituzione degli impianti dell’area a caldo, tuttora sottoposti a sequestro preventivo con facoltà d’uso.